Il rapporto auspicabile e l’informazione ideale tra medico e paziente

Ho aperto questo sito per presentare la mia attività, ma soprattutto per essere d’aiuto ai pazienti che si rivolgono a me e che vogliono capire.

Se il paziente non conosce o non comprende le cause del suo problema ed i possibili rimedi a questo, neppure il medico migliore sarà in grado di curarlo.

 

Il rapporto auspicabile e l’informazione ideale tra medico e paziente

 

Quanto riportato qui sopra l’ho scritto sulla pagina di apertura del mio primo sito web quindici-venti anni fa e sempre l’ho riproposto nelle versioni successive del sito medesimo.

Avendo Iniziato la carriera di Medico Chirurgo ormai quarant’anni orsono, ho purtroppo avuto modo di vivere i primi anni della mia professione in un periodo in cui il rapporto Medico/Paziente non esisteva, intendendo con rapporto la manifestazione di empatia reciproca che rende gratificante e fruttuoso per entrambi il rapporto medesimo. Erano, quelli, i tempi in cui il Medico o il Chirurgo ascoltavano (spesso con l’occhio all’orologio) quello che il paziente aveva da dire, facevano tutt’al più un paio di domande frettolose e quando andava bene una visita succinta, formulavano una diagnosi ed indicavano il trattamento scrivendo poche righe sul ricettario e ed invitando il paziente a rivolgersi alla segretaria che avrebbe organizzato il percorso di cura o avrebbe comunicato la data presunta dell’intervento chirurgico. Tutto questo senza una benchè minima spiegazione, senza chiedere al paziente se aveva compreso il significato della diagnosi e le motivazioni del relativo trattamento, se aveva delle domande da fare o se era tutto chiaro.

Nel caso in cui la cura sortisse effetti positivi, tutti contenti; in caso contrario, il paziente ed i famigliari, con certosina rassegnazione, non dicevano altro che: mi ha curato (o operato) “il Professore” in persona, se non è andata bene vuol dire che  questi non poteva fare diversamente…

Sembrano passati secoli da quei tempi ad oggi quando è divenuto di gran moda il ricorso al giudice da parte di moltissimi pazienti più o meno a ragione non contenti del risultato o più spesso alla ricerca di iperbolici risarcimenti in denaro; questi affollano i tribunali spalleggiati da avvocati che hanno fatto di ciò la loro misera professione.

 

E’ d’altronde normale che a certi eccessi (Medico totalmente dominante nei confronti del paziente) conseguano altrettanti eccessi (Medico non infrequentemente vittima di Pazienti disonesti) tra loro uguali e contrari. Nel 2018, Fondazione Serono ha svolto una ricerca dei motivi che determinano un rapporto spesso “complicato” tra medico e paziente

Secondo Cittadinanzattiva (che ha preso parte allo studio), otto cittadini su dieci segnalano poca sensibilità nell’ascolto o poca empatia, una su tre trova nel medico scarsa disponibilità a orientarla tra i servizi, una su 4 si confronta con un linguaggio troppo tecnico e poco comprensibile e una su 5 ha vissuto scarsa attenzione al dolore. Il medico invece si lamenta di mancanza di tempo per la cura, mancanza di personale e una cattiva organizzazione dei servizi. Inoltre, si lamenta che manca un corso di comunicazione e relazione nel percorso di laurea. Quest’ultima lamentela era già stata fatta anche oltre oceano.

Il tempo che si può mettere a disposizione del paziente per capire, spiegare e consigliare, rappresenta sicuramente un problema concreto. Se si hanno in agenda numerosi pazienti, non è possibile “sforare” più di tanto, anche per rispetto del paziente successivo che giustamente si irrita e che vede magari sfumare impegni privati. Per limitare questo rischio, io cerco sempre di capire preventivamente il problema per il quale il paziente stesso si presenta a consulto in modo di poter definire il suo giusto spazio temporale (un semplice controllo da effettuarsi su un paziente noto richiede sicuramente un tempo inferiore a quello di una prima visita per un problema potenzialmente complesso).

 

Una relazione medico paziente empatica non solo rende meno gravosa la malattia ma rappresenta una vera forma ausiliaria di cura, arrivando a modificare il funzionamento di complesse reti neuronali attraverso le quali il cervello governa processi decisionali e comportamenti.

È quanto emerge dalla ricerca F.I.O.R.E., realizzata dalla Fondazione Onlus Giancarlo Quarta di Milano con l’Università di Udine attraverso l’utilizzo di una metodica di neuroimaging basata sulla risonanza magnetica funzionale. Chiunque si rivolga al medico, oltre a desiderare di essere trattato secondo principi di provata efficacia, ha bisogno di comprensione emotiva, attenzione e riconoscimento della propria individualità, elementi che contribuiscono al successo della cura. Ma questo è un modello ideale che non sempre si concretizza nelle relazioni reali tra medici e pazienti, strette tra tecnicismi e tempi di visita soffocati.

 

Oggi è ineludibile e per legge obbligatorio che il Medico, una volta formulata la diagnosi ed impostato l’iter terapeutico ritenuto più opportuno, predisponga un consenso informato scritto che va consegnato al Paziente con un certo anticipo rispetto alla data di inizio del trattamento stesso in modo che questi abbia il tempo necessario per sottoporre il programma di cura al proprio Medico curante, per informarsi autonomamente, per chiedere ulteriore parere a chiunque egli ritenga idoneo. Il cosidetto “Consenso Informato” ha una storia antica che risale al periodo ippocratico e a tempi ancora più remoti. Dopo tale periodo, di consenso informato non se ne è più parlato, causa dell’ascesa del corpo medico ad un ruolo assolutamente dominante nei confronti dei pazienti che non potevano far altro che sottomettersi al diktat del curante.

Il 1945 è l’anno della prima codifica ufficiale e formale di un consenso informato. Incredibile a dirsi, questo evento storico è nato grazie alle turpitudini attuate da un Medico nazista durante la 2° guerra mondiale, il tristemente noto Dr. Joseph Mengele; questi non aveva chiesto, ai tanti uomini e donne di fatto sottoposti senza motivazione scientifica dimostrabile a vere e proprie torture, un consenso ad eseguirle!!!…

La mancanza totale di qualsiasi deontologia medica nel produrre gli esperimenti portò la commissione, oltre alla sentenza di condanna per genocidio di molti dei responsabili, a redarre il “ Codice di Norimberga” da molti riconosciuto come la “prima formulazione internazionale sul consenso informato”.

Il Codice prevedeva 4 punti essenziali del rapporto medico-paziente:

  • Il fine per il quale viene effettuato l’esperimento.
  • La durata dell’esperimento.
  • I limiti che potrebbe avere o che ha la terapia.
  • Le possibili conseguenze a cui il paziente potrebbe andare incontro

sottoponendosi  a detto esperimento.

 

Al Codice di Norimberga sono state apportate riformulazioni ed aggiornamenti negli anni 70’- 80’ (soprattutto sostituento il termine esperimento con quello di cura), ma il significato è rimasto il medesimo.

Solo nel 2008 viene emessa una sentenza della Corte di Cassazione in merito ad un contenzioso Medico / Paziente, che qui di seguito riporto.

La Corte conclude la sua ricostruzione dell’Istituto del Consenso Informato, affermandone la funzione di sintesi di due diritti fondamentali della persona: quello all’autodeterminazione e quello alla salute, in quanto, se è vero che ogni individuo ha il diritto ad essere curato, egli ha, altresì, il diritto a ricevere le opportune informazioni in ordina alla natura e ai possibili sviluppi del percorso terapeutico cui può essere sottoposto, nonché delle eventuali terapie alternative: informazioni che devono essere le più esaurienti possibili, proprio al fine di garantire la libera e consapevole scelta da parte del paziente e, quindi, la sua stessa libertà personale, conformemente all’art. 32, secondo comma della Costituzione .

Per la prima volta, il Giudice delle leggi afferma l’esistenza di un autonomo diritto all’autodeterminazione in ordine alla propria salute, distinto dal diritto alla salute stessa.

Il Sistema Sanitario Italiano pubblico è considerato uno dei migliori al mondo fondamentalmente per il fatto che ad ogni Cittadino è concessa una possibilità di cura spesso gratuita. Pur condividendo in parte tale assunto, ritengo esistano nel sistema diversi punti di criticità (i più noti sono i lunghi tempi di attesa per visite ed esami, i frequenti e improvvisi annullamenti di un appuntamento, funzionalità dei centri prenotazione spesso inaccettabile, ecc.)

A mio avviso, e di molti altri che si sono occupati dell’argomento, la più grave di tali criticità è rappresentata dalla mancanza di un rapporto stabile e continuativo tra il Paziente ed il Medico. Il primo, nel caso in cui sia riuscito a stabilire un rapporto empatico e di totale fiducia con un determinato medico, si può trovare di fronte, ad un controllo, ad un Medico diverso, che non conosce la sua storia e che magari non riesce ad ottenere per sua mancanza o meno la fiducia del paziente. E’, questo, un problema grave che andrebbe affrontato.

Esistono altre realtà, vedi quella della Gran Bretagna (in cui ii Sistama sanitario Pubblico è dai più considerato scadente per la preparazione modesta dei Medici che vi operano) in cui il rapporto Medico / Paziente è invece generalmente inscindibile, essendo lo stesso Medico che seguirà il suo paziente lungo il percorso terapeutico concordato. Il poter ottenere una integrazione dei due modelli, qualità medica sufficiente / elevata e rapporto stabile tra i due soggetti, sarebbe senz’altro auspicabile.

Dopo quqrqnt’anni trascorsi in ospedali pubblici, ho raggiunto l’età della pensione , ma ho continuato a lavorare e ad operare presso un Centro Medico / Chirurgico privato che già da prima frequentavo in extramoenia.

Come ritengo sia ben comprensibile al lettore che ha avuto la pazienza di leggere sino ad ora questo mio scritto, io sono rimasto assolutamente fedele ai principi che hanno guidato il mio rapporto professionale con i Pazienti che a me si sono rivolti ed affidati. E’ per me un imperativo assoluto ascoltare il Paziente, porgli delle domande per meglio comprendere il suo problema, eseguire una visita clinica accurata ed eventualmente accertamenti strumentali da me stesso effettuati e come parte della visita (ad esempio, valutazione ecocolordoppler in presenza di patologia vascolare maggiore, anoscopia in presenza di patologia emorroidaria, transilluminazione vascolare in presenza di problematiche vascolari superficiali come ectasie venose e capillari). Gli esami di cui sopra li eseguo personalmente e non li demando ad altri per due motivi: a) dispongo in studio delle apparecchiature necessarie e le so ben utilizzare b) ritengo che detti esami siano operatore dipendenti e quindi, se devo formulare una diagnosi ed in base a questa definire una terapia, voglio essere io responsabile di quanto diagnosticato.

Una volta formulata la diagnosi e delineata la terapia, spiego questa al paziente nei suoi presupposti e nelle modalità di esecuzione della stessa, facendo altresì riferimento, se queste esistono, a terapie alternative.

Per essere il più possibile chiaro e comprensibile, faccio al momento dei disegni, alcuni dei quali riporto qui di seguito.

 

Nella mia attività attuale, mi occupo principalmente di quattro problemi.

  • trattamento delle varici degli arti inferiori e, in presenza di un reflusso da incontinenza della v. grande safena causa delle varici medesime, della fotocoagulazione laser ELVeS della v. grande safena stessa.
  • Dearterializzazione emorroidaria mediante laser HeLP quale sostituto incruento dei classici interventi chirurgici per emorroidi, il cui impatto traumatico è ben noto.
  • Trattamento sclerosante con schiuma e laser delle piccole vene superficiali e dei capillari.
  • Trattamento sclerosante e laser delle macchie cutanee rosse, blu e marroni.

Riporto qui di seguito esempi grafici eseguiti al momento della visita per una ottimale spiegazione del problema e del trattamento suggerito.

Sul mio sito, in News, troverete la dimostrazione / documentazione del punto 4 sul trattamento delle macchie cutanee.